Quinto giorno.

Carichiamo gli zaini sull’autobus, dopo una colazione davanti alla tenda, e partiamo da Kerlongafjöll in direzione nord. Il viaggio dura circa un’ora se non sbaglio, ma non riesco a quantificare i chilometri che percorriamo; forse perché l’autobus andava davvero piano percorrendo quella stradina sterrata in mezzo al nulla.

 


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Arriviamo alla fermata successiva: Hveravellir. In lontananza si vedono dei vapori salire al cielo che danno all’aria un forte odore di zolfo; poco più in la, che si circonda di un’atmosfera di riflessi dorati, una piscina naturale di acqua calda, dove persone coperte solo da slip, entrano a fare il bagno, spogliate dei loro vestiti pesanti, per riscaldarsi un pò.

La leggenda vede questi hot-spot, questi piccoli bacini d’acqua, rifugi dei briganti che durante il periodo invernale si davano alla macchia nell’entroterra: si dice anche che la casetta che si trova poco lontana dall’area del campeggio fosse il rifugio del leggendario brigante Fjalla-Eyvindur che visse lì, con la moglie Halla, durante un inverno del XVIII secolo; l’acqua calda garantiva la possibilità di riscaldarsi e cuocere cibi.

Hveravellir è raggiungibile nel periodo estivo tramite la pista Kjölur (la strada numero 35) che attraversa in 237 Km gli altipiani islandesi da nord a sud, in circa 6 ore d’auto. Dopo che, nel XVIII secolo, alcune persone si persero lungo la strada a causa di tempeste di neve, essa venne dimenticata per un secolo, e riaperta solo nel ‘900.

Paghiamo la nostra quota di 2000 corone per il campeggio e scegliamo un percorso per cominciare un trekking. Ne esistono tre, segnalati con dei paletti in legno colorati: uno breve, che dura circa due ore; uno giallo e uno rosso entrambi da 8-10 ore. Scegliamo quello rosso: porta al cratere del vulcano spento Strytur e attraversa uno sconfinato campo di lava.

Il consiglio, se volete sostare a Hveravellir, è quello di portare con voi acqua e cibo poiché vi è una scarsa possibilità di rifornimento. Nel campeggio c’è la possibilità, oltre di piazzare la tenda, di pernottare in una struttura in legno. I servizi igienici del campeggio sono base, ricavati in un container. L’autobus passa con frequenza giornaliera.

Verso le sette di sera, con il sole ancora alto nel cielo che si è fatto spazio tra le nuvole, partiamo sul nostro percorso che comincia a snodarsi in mezzo ad una serie di soffioni che emanano vapore caldo, che satura l’aria di un forte odore sulfureo e avvolge tutto in un manto di nebbia, e piccoli bacini d’acqua che ribolle ritmicamente e si tinge di un azzurro quasi surreale.

Camminiamo lungo una passerella in legno che scavalca acquitrini caldi, ricoperti in zone da un manto erboso verdissimo e in altre da terra rosso rame.

Entro poco tempo cominciamo ad allontanarci dal rifugio, continuando a seguire i bastoncini rossi, che ci aiutano a non perdere la direzione, rimasti unico punto di riferimento in mezzo ad un deserto, insieme a tre grossi gruppi di montagne e i vapori sulfurei che salgono al cielo.

Mano a mano che proseguiamo entriamo in una distesa di lava pietrificata e frantumata in miliardi di sassi, prima coperti da muschi e licheni, poi immerse in un fango denso e rossastro, poi nascoste da ghiaccio e neve che a tratti si sciolgono e formano rivoli d’acqua.

La natura si mostra, in così poco spazio, in maniere talmente diverse da non essere mai monotona, anche se ci troviamo nel mezzo di un’area desertica.

E’ sublime, inquietante e affascinante, meravigliosa e spaventosa. E proprio li in mezzo, se ti fermi, riesci a sentire il silenzio assoluto, il rumore del nulla. E ti fa impazzire, perché la tua mente non è abituata a una tale assenza di rumore, e allora le orecchie sentono un fischio che si fa sempre più forte e insopportabile, così insopportabile che senti di dover riprendere a camminare e scuotere le pietre con i passi e di parlare per poter sentire la tua voce, e anche quella di chi ti sta accanto.

Arriviamo dopo circa quattro ore di cammino alla fine del percorso: il sole sta calando e si sente un forte vento perché ci troviamo su un’altura di più di 800 metri, in mezzo al niente e ricoperta di neve. Appena arriviamo in cima alla vetta, sotto si staglia una vista mozzafiato: un enorme cratere, di cui è difficile stimare una dimensione per l’assenza di punti di riferimento.

Abbiamo percorso 20 Km in circa sei ore di cammino, ma la fatica sembra quasi non sentirsi perché la bellezza ha pagato lo sforzo; e un bagno bollente con il sole basso delle due del mattino ci aspetta.

BACKSTAGE


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