Domenica 21 ottobre, dopo un mese esatto, oggi è l’ultimo giorno all’Alpe Sattal. Un mese che in certi momenti sembrava infinito ma che poi, arrivati ad oggi, mi rendo conto sia passato in un lampo.


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21 Ottobre 2018

Un mese passato come una folata di vento, che mi ha trasmesso molto di più di quello che mai avrei potuto immaginare prima di intraprendere questa avventura. Un mese passato in un ambiente come la montagna, che con i suoi lunghi silenzi, ti rende capace di comunicare con te stesso in modo autentico e in un modo a volte nuovo ed inusuale. Spesso, immersi nella nostra quotidianità fatta di caos, fatta di frenesia e di mille impegni ci dimentichiamo di fermarci un attimo per osservare ciò che ci circonda e che fa parte della nostra vita.

In questo mese penso di aver imparato soprattutto ad osservare. Osservare ed apprezzare. Dal sole che ad una determinata ora entrava nella baita, scaldandola ed illuminandola, alle persone che, sempre nuove e diverse, mi hanno insegnato qualcosa semplicemente fermandosi a parlare.

È stato bello vedere come, in un ambiente del genere, le persone siano più predisposte alla condivisione, quella reale e fisica e non virtuale ed anestetizzata alla quale siamo ormai abituati. In un ambiente apparentemente più “povero” e meno confortevole rispetto a quello delle nostre case in città, anche il semplice gesto di condividere una cena con altre persone, finora sconosciute, diventa fonte di arricchimento. È pazzesco.

In alta quota si impara a condividere perfino momenti come il lavare i piatti, il tagliare la legna per la stufa, guardare l’alba sul Monte Rosa o la stelle della Via Lattea e anche il compleanno di persone che per caso si ritrovano lì a festeggiarlo. Infatti proprio il 21 settembre, al mio secondo giorno all’Alpe, sale Daniela, una donna con un carico speciale: candeline e torta di compleanno. Durante la cena ci dice che proprio oggi è il suo compleanno e io, stupita, le dico che oggi è anche il mio compleanno. A fine cena quindi spegniamo tutte le luci della baita e per un attimo rimaniamo illuminati dalla sola luce delle candeline: 23 per me, qualcuna in più (ma non si dice quante) per Daniela. E poi insieme soffiamo, circondate da un gruppo di alpinisti che, come lei, sono saliti per pernottare in baita. Sicuramente il compleanno più strano ed inaspettato della mia vita, circondata da persone totalmente diverse da me, sconosciute fino a qualche attimo prima, che però sono realmente entusiaste di farci gli auguri e di condividere questo momento tutti insieme.

A mia volta faccio gli auguri a Daniela e la ringrazio, perché quest’anno avevo messo in conto di passare il compleanno sola e senza i miei amici, invece mi ritrovo con nuovi amici, perfino con le candeline e la torta.
Mi rendo conto anche del fatto che se non avessi deciso di buttarmi in questa esperienza di un mese, mai avrei festeggiato un compleanno così strano! Tornando al discorso dal quale tutto questo percorso è cominciato, ovvero il rapporto tra la società e l’utilizzo della tecnologia, sono del parere che la tecnologia, dandoci infinite possibilità di conoscenza e di esperienze virtuali, ci sta limitando nella scoperta di quelle che sono invece le esperienze reali di vita. Ma il problema di base, a parer mio, non è la tecnologia in sé, ma l’uso superficiale che l’uomo ne fa: la sua pigrizia nell’approfondire invece ciò che tramite essa potrebbe diventare un di più. Come è successo a me in questo mese basta davvero poco, basta dimenticarsi di avere un cellulare e invece che prestare attenzione a ciò che dal suo schermo ci rapisce, inizieremmo a vedere ciò che di reale abbiamo intorno. Sicuramente saranno cose meno appariscenti e più sottili da cogliere rispetto a ciò che virtualmente siamo abituati (si pensi alle fake news, notizie clamorose date solo per attirare attenzione) ma saranno cose, esperienze, persone sicuramente più autentiche, profonde e soprattutto che lasceranno un segno dentro di noi.

D’altronde la stessa tecnologia ci insegna che una montagna russa vissuta attraverso la realtà virtuale non ha nulla a che vedere con l’intensità di emozioni che si provano quando si è realmente seduti con le gambe a penzoloni, in attesa di essere scaraventato a testa in giù. E ciò che effettivamente ho imparato è che nella vita non si deve aver paura di buttarsi in nuove esperienze concrete e profonde per paura di finire poi a testa in giù. Come le montagne russe, anche nella vita, dopo la parte di frenesia e di panico, c’è calma e serenità. E ciò che di più importante ho imparato è che tutte queste emozioni, sia quelle belle, sia quelle meno belle, portano poi ad una consapevolezza e ad una crescita, quindi sono dell’idea che vadano vissute tutte, purché siano reali e non virtuali. Dobbiamo tenere a mente che il digitale è solo un mondo parallelo creato dalla mente dell’uomo. Noi siamo reali, il mondo che ci circonda è reale, per nostra natura le esperienze che siamo chiamati ad affrontare sono reali. Fermarsi ed adagiarsi sulla comodità delle esperienze virtuali è qualcosa che, a parer mio, non può far parte dell’animo umano.