Questo progetto si basa sull’interazione tra la società moderna e l’utilizzo della tecnologia, con particolare attenzione all’uso degli smartphone e dei social network, e su come la combinazione dei due abbia portato l’uomo a cambiare in modo radicale il suo modo di vivere determinate esperienze.

Gli smartphone, i social network e la connessione ad internet, nascono con l’intento di migliorare e di facilitare la comunicazione tra gli individui. La scarsa consapevolezza nell’uso di questi mezzi però crea l’effetto esattamente opposto: basta infatti prestare un po’ di attenzione per rendersi conto di come ogni persona, in ogni situazione e in ogni luogo, abbia molto spesso lo smartphone in mano. Nessuno (me stessa compresa) può fare a meno del proprio cellulare, il quale diventa un vero e proprio prolungamento delle mani e permette di rimanere in contatto con il mondo e con la società. Senza di esso ci si sente soli, persi, estranei a tutto.

La possibilità di avere tutto il mondo a portata di mano fa sì che le interazioni “reali” tra le persone non siano più necessarie. Basta accedere ad internet per avere tutte le risposte alle proprie domande. E così ci si ritrova sui vagoni del treno circondati da persone con la testa china, immersi totalmente nel loro universo, presenti fisicamente nel luogo, ma distanti con la mente.
Con l’invenzione dei social network, il fenomeno di alienazione si è accentuato ancora di più, creando anche un problema di condivisione. Parlo di problema di condivisione perché i social, essendo per loro natura la vetrina in cui l’utente si mette in mostra al popolo del web, portano quest’ultimo a mostrarsi nella maniera migliore possibile, a volte falsificando anche la realtà in modo che questa appaia sul web “più interessante”.
Ci si ritrova, dunque, a fare esperienze non più per il gusto di viverle, ma per il gusto e con il fine ultimo di poterle condividere al maggior numero di persone possibili. L’esperienza quindi non è completa se non ha un risvolto virtuale.
Tutto questo ho potuto osservarlo e metterlo in mostra in un progetto fotografico svolto a Milano: passeggiando per le vie del centro, sulla metro e nei luoghi di aggregazione, ho immortalato in una serie di scatti, situazioni in cui il fenomeno dell’alienazione tecnologica è ben visibile.

Si vedono dunque persone che, in mezzo al caos generale, sono completamente distaccate dal mondo, in un’atra dimensione, assenti dalla realtà. Tutto ciò che c’è di vero e di concreto attorno a loro non è più importante, perché quello di cui hanno bisogno è tra le loro mani, di fronte ai loro occhi. Si ritrovano completamente risucchiati da un universo parallelo e virtuale. Il problema della condivisione compulsiva sui social, ho potuto invece osservarlo durante alcune visite presso la Pinacoteca di Brera: in questa circostanza ho notato come il visitatore non osserva più i dipinti, non si ferma a contemplarli o a informarsi sul loro significato e sulla loro storia, bensì li guarda attraverso la fotocamera dello smartphone, pronto a condividere in maniera immediata, ciò che sta “osservando”.

L’esigenza e la voglia di condividere le proprie esperienze con altre persone è sempre esistita nell’uomo, basti pensare ai graffiti rupestri nelle grotte di Lascaux in Francia risalenti al 13.000/15.000 a.c, in cui le scene di caccia venivano rappresentate sulle pareti delle caverne in segno di buon auspicio. Con l’utilizzo della tecnologia e attraverso i nuovi mezzi di comunicazione, questa esigenza ci sta sfuggendo di mano, andando a sovrastare il modo di vivere l’esperienza reale. Per questo motivo ho voluto creare un progetto parallelo e opposto al progetto fotografico svolto a Milano.


Mi sono recata presso l’Alpe Sattal, nel comune di Alagna Valsesia, dove vivrò per un mese. Si tratta di una piccola baita a 2000 metri di altitudine e distante due ore di cammino dal paese. La baita, completamente isolata da qualsiasi altra forma di civiltà “moderna”, è un punto d’appoggio per escursionisti che si avventurano in trekking tra le montagne e tra i vari alpeggi che si possono trovare nelle valli circostanti. In questo contesto mi sono resa conto di come le persone vivano in modo pieno e concreto l’esperienza della montagna, della natura e anche della fatica che la camminata ne comporta. Restando in baita per un mese, vedendo e conoscendo persone differenti, voglio raccontare come esiste anche un altro modo di approcciare le esperienze di vita, non solo legato alla tecnologia, ma fatto di momenti reali, che non hanno bisogno di social network o della connessione per essere veri ed autentici. Ciò che forse stiamo dimenticando è che la condivisione, prima di diventare un approccio legato al web, è un dono che permette alle persone di arricchirsi conoscendo, parlando, immergendosi profondamente nelle esperienze senza aver bisogno dell’uso di nessun tipo di schermo.

 

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